venerdì 2 maggio 2008

Hallowe'en in a Suburb di H. P. Lovecraft

Svettano bianchi i campanili,
gli alberi si ricoprono d'argento
e sui comignoli volano i vampiri.
Guarda: le arpie del cielo profondo batton le ali,
ridono ed osservano.
Sul morto villaggio sotto la luna
mai ha brillato il sole al tramonto:
è emerso dal buio di ere perdute,
là dove scorrono fiumi di follìa lungo abissi di sogno senza fondo.
Un vento gelido striscia fra i covoni
sui campi splendenti di pallida luce
e s'aggroviglia attorno alle lapidi nel cimitero
dove i ghoul ricercano l'orrida preda per la loro fame.
Neppure il soffio degli strani Dèi del mutamento
giunti al passato a reclamare ciò che gli appartenne
può rendere quest'ora meno immota: una forza spettrale copre tutto,
diffonde il sonno dal suo seggio antico e libera l'ignoto senza fine.
Si estendono di nuovo la valle e la pianura
che videro lune scordate ormai da tempo,
ebbri danzano i mostri sotto i fiochi raggi,
sorgendo dalle fauci del sepolcro per scuotere il mondo col terrore.
Le cose che il mattino aspro rivela,
l'orrore e la miseria di campi desolati irti di sassi
si aggiungeranno un giorno a tutto il resto
tramando con le ombre maledette.
S'alzi pure nel buio il gemito dei lemuri,
guglie rose di lebbra giungan fino al cielo...non cambia nulla:
chè l'antico e il nuovo insieme son ravvolti nelle pieghe del costume destino, morte e orrore.
I Segugi del Tempo sono pronti le carni d'entrambi a dilaniare.

(traduzione di Annalisa Cameli)

The steeples are white in the wild moonlight,
And the trees have a silver glare;
Past the chimneys high see the vampires fly,
And the harpies of upper air,
That flutter and laugh and stare.
For the village dead to the moon outspread
Never shone in the sunset's gleam,
But grew out of the deep that the dead years keep
Where the rivers of madness stream
Down the gulfs to a pit of dream.
A chill wind blows through the rows of sheaves
In the meadows that shimmer pale,
And comes to twine where the headstones shine
And the ghouls of the churchyard wail
For harvests that fly and fail.
Not a breath of the strange grey gods of change
That tore from the past its own
Can quicken this hour, when a spectral power
Spreads sleep o'er the cosmic throne,
And looses the vast unknown.
So here again stretch the vale and plain
That moons long-forgotten saw,
And the dead leap gay in the pallid ray,
Sprung out of the tomb's black maw
To shake all the world with awe.
And all that the morn shall greet forlorn,
The ugliness and the pest
Of rows where thick rise the stones and brick,
Shall some day be with the rest,
And brood with the shades unblest.
Then wild in the dark let the lemurs bark,
And the leprous spires ascend;
For new and old alike in the fold
Of horror and death are penned,
For the hounds of Time to rend.

H.P. Lovecraft

martedì 4 marzo 2008

Aforismi in forma digitale - Terzo flusso di dati


Cecità


Guardo

Non guardo avanti

Indietro non più

Più avanti non vedo

Vedo di lato

Lato in obliquo, in perpendicolare, in parallelo

Nel parallelo sta il mondo

Mondo a infrarossi, a fosfori verdi, senza luce solare

Solare o lunare fa lo stesso, luce della certezza

La certezza, la verità attraverso la luce nascondono il velato

Il velato non celato alla realtà ma alla luce

La luce che acceca e ammansisce

Ammansisce e conforma

Conforme, conformista, conformato

Conformato tra luci e ombre in cerca buio

Il buio mi fa vedere

Vedo non avanti non indietro; di lato, guardo

Marco Caponera

domenica 16 dicembre 2007

Aforismi in forma digitale - Secondo flusso di dati


L'altro


Connesso


Connesso con il mondo


Un mondo a bocconi che mangio ma non digerisco


Non digerisco l’a me prossimo


Il prossimo è incommestibile


Non è incommestibile il Lontano


Il Lontano è digeribile, connesso


Connessione, disconnessione


Disconnesso dal mondo fisico


Iperconnesso con il Lontano virtuale


Virtuale, mondo, altro, me stesso


Me stesso bulimico


Bulimico, cannibale


cannibale connesso


Marco Caponera


martedì 2 ottobre 2007

La comunicazione incontrollabile e la scienza

Perché una riflessione sul legame tra scienza e comunicazione oggi quando il dialogo sulle sorti della scienza non appare all’ordine del giorno dell’agenda politica? Perché la riflessione sulla “scienza”, e sugli scienziati, viene sistematicamente lasciata alla dicotomia scienza-religione, come fosse questo l’unico intreccio possibile per venire a capo dei principi che devono guidare la ricerca scientifica. La politica istituzionale ha abbondantemente abdicato al proprio compito di garanzia e tutela nei confronti della sopravvivenza della specie umana sul pianeta e soprattutto ha abdicato al proprio compito istituzionale quello, cioè, di farsi soggetto collettivo in grado di indicare ciò che sia giusto, o sbagliato, nell’ambito delle ricadute sociali delle scoperte scientifiche e dell’uso che soggetti privati ne possano fare. Purtroppo viviamo una situazione che vede nel capitale privato una risorsa sempre crescente nell’ambito della ricerca scientifica e se ciò che guida il privato non può essere altro che il profitto, allora è necessario che la capacità d’intervento delle collettività sia sostanziale, ciò invece è il contrario di quanto accade e questo grazie alla “collaborazione” funzionale dei mass media. Mass media utilissimi per lanciare le campagne costruite ad hoc e decisivi quando, invece, per interesse di pochi, si deve far scendere il buio nell’opinione pubblica circa lo sviluppo scientifico.

Il non detto

La comunicazione scientifica in gran parte del globo terrestre, fortunatamente non in tutto, avviene attraverso i mezzi di comunicazione di massa, i quali si sostituiscono alla conoscenza diretta anche a ciò che attiene all’ambito alimentare, generando una forma di cultura non più im-mediata, tradizionale, culturale, ma al contrario frutto di variabili di mercato e tecnologiche che, in epoca di globalizzazione, si susseguono e si sostituiscono a ritmi vertiginosi, lontani da una forma di contatto effettiva con interessi e attitudini propri dei soggetti che subiscono queste informazioni senza una reale possibilità di sottrarvisi. L’informazione, nonostante il ricorso ossessivo alla tecnicizzazione, o al contrario proprio a causa di essa, non è in grado di descrivere le disarmonie cui la società sta andando incontro, quindi indicare i modi o più semplicemente gli ambiti ove correre ai ripari. Disoccupazione di massa, desertificazione, buco dello strato d’ozono, effetto serra, fame nel mondo, nazionalismi xenofobi, terrorismo, alimenti transgenici, [Cfr. M. Caponera, Transgenico NO, Roma, Malatempora Editrice, 2000.] clonazioni, sono soltanto alcune delle manifestazioni evidenti del sottosviluppo sociale e materiale, che il cosiddetto progresso capitalistico incondizionato potrà produrre da qui a non molto, senza contare gli effetti irreversibili già avviati e non più arrestabili. Le informazioni, infatti, non agiscono nel vuoto: esse riguardano qualcosa e si rivolgono a qualcuno; esse non esercitano un’influenza in astratto, bensì su donne e uomini che pensano e agiscono. È importante, inoltre, notare che le maggiori capacità tecniche di comunicazione, dovute all’inseguimento costante del ritrovato tecnologico superiore alla testata concorrente, portano a capacità di manipolazione sempre maggiori. Al contrario, invece, non portano necessariamente ad un aumento della qualità dell’informazione, poiché padroneggiare la tecnologia non è cosa immediata, né gratuita, così a farne le spese come al solito è la qualità a vantaggio della quantità, unica ad essere tecnologicamente garantita.

Il non detto in realtà può essere comunicato; non è un problema tecnico ma di linguaggio. La difficoltà di comunicazione scientifica non sta tanto nel problema della comunicazione dei concetti ma piuttosto nella volontà deliberata di chi fa informazione di eludere, quindi non palesando, quelle che sono le problematiche, gli errori, i limiti di una scienza che si suppone esatta ma che nella pratica appare piuttosto approssimativa. Il non detto è ciò che non deve essere comunicato poiché lederebbe in maniera significativa l’immagine della scienza, dello scienziato e delle multinazionali impegnate nella ricerca.

Spettacolarizzazione della scienza


I media forniscono un’informazione tecnico-scientifica scadente e filo aziendale, per via della sudditanza dovuta alla dipendenza dalle inserzioni pubblicitarie, I dossier divulgativi d’argomento scientifico prodotti dai media risentono significativamente:
1) della convinzione da parte degli addetti ai mass-media che i fruitori dell’informazione siano una massa di analfabeti incapaci di decodificare messaggi che contengono argomentazioni scientifiche e a cui ci si deve rivolgere per metafore, immagini e, a volte, onomatopee;
2) della necessità dei media di spettacolarizzare gli argomenti in esame per attrarre maggiore ascolto possibile;
3) del fatto che, nessuno escluso, sopravvivono grazie ai contributi degli inserzionisti, i quali molto spesso sono i protagonisti della programmazione stessa, quindi è praticamente impossibile per qualunque testata giornalistica essere obiettiva e imparziale quando ciò comporti un danno di immagine per i propri inserzionisti. In questo modo grazie alle motivazioni sopra esposte, risulta chiaro che i mezzi di informazione di massa non sono e non saranno mai dalla parte di coloro i quali dicono di servire. Schematizzando: essi non fanno informazione puntuale, seria e obiettiva.

La comunicazione si nutre di tecnologia, come la tecnologia si nutre di comunicazione. Questo binomio rappresenta la chiave di volta di tutto il sistema di produzione – di sovrapproduzione - che ha preso a giovarsi considerevolmente del potere del linguaggio pubblicitario, inteso non solamente come forma di promozione di prodotti determinati, bensì come insieme di istituzioni spettacolari di ampio respiro, atte a manifestare e impostare la consapevolezza e la conoscenza diffusa del mondo merceologico totale. L’ideologia del consumo non si forma soltanto negli spot mediatici, ma abbraccia ogni branca del sapere e del vivere, in maniera tale da coprire tutte le manifestazioni e i luoghi possibili del vivere associato. Per dirla con Guy Debord l’ideologia spettacolare consuma la città nella campagna e viceversa; essa determina i modi e i termini sia della vita associata cittadina sia della vita appartata delle campagne facendone luoghi-merce, e contemporaneamente luoghi-consumo intercambiabili, li priva dello status materiale e li divizza. Così impostato geograficamente il merceologico linguistico detiene il controllo e attraverso il consumo raggiunge il fine economico [Cfr. G. Debord, La société du spectacle, 1967, trad. it., Milano, Baldini e Castoldi, 1997]. Gli individui sono mantenuti nella presunzione di controllare l’uso che fanno del proprio consumo (anche alimentare) e del proprio linguaggio, facendo dell’autoregolazione il baluardo contro la sopraffazione da parte del sistema economico-globale. La consapevolezza di questa situazione contraddittoria sarebbe la prima manifestazione del controllo totale e della sua affermazione universale, poiché al contrario di quanto possa pensare di sé un qualunque cittadino del mondo occidentale: qualcun altro, nel momento in cui lui pensa se stesso, l’ha già pensato e trasformato in consumatore passivo indicandogli il modo in cui guardarsi, sentirsi, riconoscersi e alimentarsi. Il nodo della questione è che la propaganda ideologica contemporanea non inizia e non finisce in corrispondenza di uno spot o di una campagna elettorale: essa ha radici e forme di controllo molto più profonde che derivano essenzialmente dal tipo di sistema economico cui fa riferimento e che, per forza di cose, sostiene.

Il controllo delle masse da un punto di vista geografico-mediatico avviene in maniera concentrata e diffusa nello stesso momento, amplificando a dismisura le potenzialità di entrambe le modalità d’azione. La gestione della popolazione, delle sue scelte e delle sue aspirazioni, oggi è concertata in maniera complessa e combinata, e non casuale come avveniva agli inizi del secolo quando, come ricorda Debord, negli stati pseudo-comunisti si effettuava una forma di controllo concentrata e, al contrario, nei paesi detti occidentali, il controllo era praticato con metodi diffusivi [Cfr. G. Debord, Commentaires sur la société du spectacle, 1988, trad. It, Milano, Sugarco, 1990]. Non è assolutamente ammissibile che esistano, in epoca globale, forme d’arte, d’aggregazione sociale e di alimentazione diverse da quelle istituzionali, ma queste ancora oggi seppur ghettizzate e fortemente marginali sussistono, esempi lampanti ne sono gran parte della letteratura latino-americana che ha un suo modo di vedere e interpretare il vissuto quotidiano e le sue manifestazioni politiche in perfetta antitesi e in aperta polemica con gli intenti del mondo civile; sul versante sociale troviamo per esempio popolazioni indigene quali quelle messicane – per tacere di molte altre - che rifiutano forme di organizzazione e sfruttamento dell’uomo da parte del suo simile, poiché vivono sulle proprie spalle e su quelle dei propri figli tutto il potere dello sviluppo del mondo occidentale e del sottosviluppo che invece ad essi è stato imposto. Nel manifestare il proprio dissenso e il proprop antagonismo, tuttavia, non si limitano a combattere le multinazionali dello sfruttamento sul loro stesso terreno, ma offrono un esempio di organizzazione sociale e politica non gerarchica fondata sul principio della cooperazione, della solidarietà, dell’autonomia individuale e del pacifico sviluppo delle attitudini umane, offrendo così un esempio di civiltà ben più alta di quella raggiunta dagli squadroni della morte al soldo di Stati Uniti e Messico che, purtroppo per loro, dall’esistenza e dalla sopravvivenza di questi popoli traggono solamente perdite economiche. Non ci sono rivoluzioni tecnologiche in atto, non esiste ancora un dominio completo della macchina sull’uomo, bensì l’integrazione delle esigenze di questo con le esigenze dell’economia, che ne organizza le forme. Quando da questo processo congiunto tra locale e generale si arriverà a conoscere una sintesi allora potremo parlare in maniera esaustiva di società globalizzata. Al momento esclusivamente la fantomatica new-economy (finanza, reti telematiche, biotecnologie) può fregiarsi dell’aggettivo “globale”, tra tutte le forme di contatto e d’associazione umane.

Blackout comunicativo

Gli scienziati rifiutano di riconoscere come interlocutrici figure non tecniche, giudicandole incompetenti. Gli scienziati insistono ancora oggi nel non volersi occupare di etica o politica, cioè delle ripercussioni dei loro esperimenti-prodotti di laboratorio nella realtà e quindi nell’ecosistema. Questi due opposti logici generano un clima di completa incomunicabilità da parte degli scienziati nei confronti del resto del mondo che invece dovrebbe rappresentare a rigor di logica il vero e proprio scopo della scienza. Chi si avvantaggia di queste logiche paradossali naturalmente è il “mercato”, da sempre avversario di uno sviluppo eco-compatibile e quindi di una visione seria di “progresso” che implichi un miglioramento della condizione esistenziale reale della specie umana e non ultimo dell’intero pianeta. L’anacronistica declinazione di responsabilità cela il sinistro intento di tenersi e godere di uno spazio d’autonomia politica nei confronti del lavoro di laboratorio. Quest’ultimo però, purtroppo, non esiste svincolato dalla realtà esterna, o per meglio dire le sue regole sono autonome e fondate fintanto che i prodotti non entrano in contatto fisico con il mondo esterno. I laboratori sono luoghi asettici che nulla hanno a che fare con la realtà dell’ecosistema, con il suo complesso equilibrio di forze. Un’invenzione biotecnologica che, ad esempio, si comporti perfettamente in ambiente di laboratorio, non garantisce che questo si possa ripetere una volta immessa in ambiente naturale, anzi il più delle volte, come è già accaduto con il morbo della “mucca pazza” l’ambiente rigetta la modifica forzata con conseguenze che possono divenire catastrofiche. Una posizione così comoda per lo scienziato e al tempo stesso così pericolosa per il mondo intero non la si è mai garantita nella storia a nessun soggetto scientifico, politico, sociale, o medico.

Concludendo, oggi viviamo uno scontro di “civiltà” tra ideologia scientifica e ideologia religiosa. Da un lato l’onnipotenza dello scienziato senza freni etici o politici, dall’altro l’onnipotenza di Dio unico artefice della creazione e, in quanto tale, non imitabile. L’unico confronto che si vuole venga riconosciuto è questo, su questo scontro si sono costruite tutte le ultime battaglie mediatiche di risalto internazionale. Anche in occasione di referendum politici sulla modificazione di alcune leggi dello stato italiano in materia medico-scientifica le uniche posizioni ammesse furono queste. La politica declina le sue responsabilità schiacciata tra le multinazionali farmaceutiche, e biotech, e le posizioni delle religioni intransigenti sui principi cardine dei propri dogmi. Come se non fosse possibile ragionare in materia di scienza con dettami derivanti da un approccio politico-sociale alla questione. Come se la politica stessa non avesse più senso in questo panorama. Come se valesse soltanto la “morale” di chi riesce a imporre la propria morale. Questa è una terribile falsificazione della realtà, una nefasta semplificazione, che intende far interiorizzare a tutti che queste siano le uniche ideologie ammesse a parlare. Non basta l’autogestione della casta dei ricercatori e non basta il pregiudizio mistico per impedire che si pratichino scelte pericolose per la sopravvivenza del pianeta, oggi la scienza ha il potere di modificare il paesaggio, l’ambiente, l’essere umano, un potere che prima nella storia non ha mai avuto, è importante vigilare su questo con i mezzi della ragione, anche se evidentemente si tratta di una ragione “altra” rispetto a quella del “profitto”. È fondamentale che tutti coloro i quali non si identifichino nella categoria di “cittadino” (o utente), tanta cara alla democratica informazione di massa, cerchino di provocare un’uscita quanto più rapida possibile da questo stallo ideologico, ciò per il bene di tutti, scienziati e preti compresi, attraverso gli strumenti della politica, costringendo il “palazzo” ad accettare le voci che non siano soltanto quelle di coloro che sono economicamente interessati, includendo quelle di coloro che lo sono di fatto perché vivono ed esistono su questo pianeta, in questo paese, e che intenderebbero farlo ancora a lungo, possibilmente.

L’auspicio è che possano nascere e svilupparsi sempre più comitati di controllo e intervento e conflitto sui prodotti della scienza: comitati, collettivi, situazioni dove a livello territoriale, e a livello globale, trovare un punto di vista condiviso soprattutto tra i non “addetti ai lavori”, rompendo lo scudo della conoscenza dietro il quale troppo a lungo queste caste si sono celate, ricollegando e smascherando la scienza, separandola dall’ambito economico nel quale è sempre più rintanata [Lo strumento di controllo delle masse fondamentale nel medioevo per la religione era l’ignoranza, lo spauracchio che di nuovo oggi gli scienziati utilizzano per estromettere chi non fa parte della casta. Nuove tecnologie con vecchi metodi, la religione rimprovera alla scienza ciò che l’ha resa potente in passato, forse teme di essere soppiantata e, per giunta, proprio con i suoi stessi metodi].

sabato 25 agosto 2007

La Rete

Mangio

Mangio la mia connessione

Connessione a un ingenuo mondo

Mondo fatto a bocconi

Bocconi che non formano un corpo

Il corpo rimane lontano dalla mia bocca

Bocca che apparentemente è illimitata ed esaustiva

Esaustiva come esausto è il mio appetito

Appetito tramite singoli bocconi che non celano un senso

Senso della conoscenza

Conoscenza negata per me stesso

Me stesso che nell'errare continuo rifugge dalla comunità

Comunità che si nega alla comunicazione

Comunicazione in silenzio

Silenzio dell'esserci

Esserci non più nel mondo

Mondo mangiato non vissuto

Non vissuto ma digerito

Digerisco come mangio, ma non bevo

Non bevo, eppure deglutisco l'angoscia innaturale

Innaturale l'apparire dove la sostanza è celata

Celata a me stesso, ai connessi, ma non a questa tastiera

Tastiera alfanumerica, tastierino numerico, schermo, mouse

Mouse, gli strumenti del comunicare

Comunicare, dov'è questo comunicare tramite mutilati sensi

I sensi fagocitati e ruminati dalla macchina

La macchina riesce a digerire tutto ciò che mangio

lunedì 11 giugno 2007

No Copyright / parte II

L’editore no copyright
di Marco Caponera

Così come controverso appariva per l’autore, così il copyright appare in relazione alla figura dell’editore. Precedentemente ho avuto modo di spiegare come di fatto si avvantaggi più l’editore dell’autore della presenza della protezione del copyright, ma anche l’editore ha modo di porsi in una posizione antagonista allo status quo, ma facendo a sua volta una scelta assolutamente radicale.
Infatti, apparentemente violare, liberarsi, dal copyright costituirebbe un danno per una qualunque casa editrice, ma così non è.
I due esempi di postilla al no copyright che suggerivo recitavano rispettivamente: “deve essere citata la paternità dell’opera”: e questa è evidentemente diretta a favorire la “presenza” dell’autore in relazione allo scritto; mentre l’altra “ad esclusione dei fini commerciali”: è invece diretta a escludere lo sfruttamento commerciale dell’opera da parte di soggetti estranei alla pubblicazione.
In questo caso il vantaggio è sì per l’autore ma anche e soprattutto per l’editore nel vedere tutelato il proprio lavoro. Scendendo nel particolare, tempo fa, quando lavoravo part-time presso la biblioteca della mia facoltà mi capitò di comunicare all’editore di un bollettino editoriale, il fatto che il loro distributore per le biblioteche, proprio in virtù dell’assenza totale di copyright della pubblicazione, provvedeva a inviarne una versione in fotocopia a tutti i propri clienti, ricavandone un pagamento pieno rispetto alla pubblicazione originale. Mentre all’editore dell’opera non arrivava che il pagamento di un’unica copia, quella per realizzare le fotocopie. Questa operazione, a ben vedere, potrebbe avere anche gli estremi di una truffa poiché le biblioteche pagavano il prezzo della rivista originale, venendo in possesso di una semplice fotocopia. Per l’editore invece non può dirsi altrettanto perché fotocopiare, anche per fini commerciali, quel bollettino era consentito proprio dalla rinuncia alla tutela del copyright. Questo esempio mi sembra illustri molto bene quanto intendo dire al proposito.
L’opera libro, o rivista, infatti non è soltanto costruita dal suo contenuto, ma anche da tutti gli elementi che ne costituiscono la “forma”: il formato, la copertina, il tipo di carta, il lavoro bio-bibliografico, di cura, di editing e di impaginazione. Tutti questi elementi caratterizzano l’opera nel suo complesso e nella sua forma materiale. Il libro, la rivista. Ora non considerare questo lavoro equivarrebbe a considerare l’editore alla stregua di un tipografo, e non è così.
La dicitura di cui parlavo, rende possibile qualificare queste attività e la protezione dell’opera passa significativamente da una protezione limitante della circolazione delle idee, dentro la logica del diritto d’autore, a una semplice tutela del lavoro svolto per realizzare l’oggetto libro, fuori da questa logica ma non per le attività lucrative. I principi che fondano le due impostazioni ideologiche sono molto differenti. L’importanza ideologica del no copyright rimane quindi immutata. La possibilità oggettiva di circolazione anche dell’intero libro anch’essa immutata, viene però impedito a soggetti estranei di impossessarsi di un guadagno realizzato a danno del lavoro altrui.
Perché un editore “alternativo” possa affermarsi non serve il copyright, che come per l’autore, è soltanto uno specchietto per le allodole che serve per tutelare ben altri interessi.
Per comprendere ancora meglio si deve ampliare il discorso: il problema vero che ogni editore conosce bene è la possibilità di avere visibilità mediatica, una distribuzione almeno nazionale e l’effettiva presenza in libreria.
Faccio un altro esempio sempre legato alla mia esperienza diretta: la casa editrice per cui curo la collana di saggistica, Le Nubi Edizioni, ha apposto il no copyright sul mio libro, “La sparizione del reale”. Questo testo, attualmente risulta essere il più venduto della collana di saggistica – anche grazie alla bella illustrazione di copertina realizzata da Virginia Bray, una illustratrice dalle grandi capacità simboliche di interpretazione del testo – anche in presenza di autori ben più importanti e affermati. Questo, lungi dal volermi paragonare a filosofi di cui sono semmai soltanto un allievo, fa emergere un dato importante in questo contesto. Il libro, indipendentemente dalla copertura del copyright viene acquistato, in molti hanno deciso di spendere i propri denari per entrare in possesso di una copia originale del libro e non di una fotocopia. Non solo, lo stesso titolo verrà tradotto in Portogallo da una casa editrice che stava seguendo alcune opere pubblicate da Le Nubi Edizioni. Anche qui, senza un editore controcorrente non sarebbe stato possibile varcare gli angusti limiti di lingua e nazionali. Senza la visibilità offerta da un sito internet specializzato nella vendita di piccoli e medi editori, con il quale abbiamo realizzato una collaborazione, l’editore portoghese non avrebbe conosciuto la casa editrice. Un circolo virtuoso questo che non è stato per nulla bloccato dalla assenza di protezione del diritto d’autore.

Con questo intendo anche dire che un progetto editoriale alternativo (prendendo il termine nell’accezione più ampia possibile) è frutto di una intenzione precisa e non è un semplice ornamento. Il no copyright non è un accessorio, fare la scelta del no copyright non può essere di “moda”, né di “ornamento” ideologico dei propri scritti. Rifiuto la posizione radical chic di chi “liberalmente” si pone in posizione di superiorità morale nei confronti del copyright. Il no copyright è, prima un’affermazione, poi un atto politico, una forma di antagonismo nei confronti di Microsoft, Vivendi, Sony, RCS, Mondadori ecc… La diffusione conflittuale di idee estranee al sistema in toto, o in massima parte, è immediatamente atto politico, la proliferazione delle idee è un passo necessario, gli strumenti sono perfino ridondanti per lo scopo, ma la loro utilizzazione è spesso contraddittoria o idealizzata. Avere uno strumento a disposizione e saperlo usare non porta automaticamente a un risultato utile alla causa. Come saper scrivere non equivale a scrivere cose intelligenti. C’è bisogno di strumenti, di “attrezzi” critici, che nascono tali e non lo diventano per caso o per fraintendimento.
Il conflitto sul diritto d’autore in questo momento volge al peggio, o almeno così sembra guardando gli accadimenti internazionali. Già stiamo sperimentando i danni madornali dei sistemi anticopia, ma a breve se non si riuscirà a imporre un freno a questi sistemi, che ora sono facoltativi, verranno imposti a tutti i produttori di software e musica, coinvolgendo di fatto anche coloro che sono contrari alla protezione economica dalla copia.
In ambito editoriale della carta stampata, la prima cosa che mi viene in mente possano fare sarà rendere obbligatorio il bollino SIAE cosa che accade già per la musica. Non immagino quale possa essere il passo successivo, ma già a questo punto il copyleft non ci aiuterà più a far apparire belli e liberi i nostri “contenuti” perché la “forma” che questi avranno sarà fatta di sbarre e cancelli e non più di carta e inchiostro.

mercoledì 21 febbraio 2007

Dell'inutile

di Marco Caponera
Anzitutto è inutile che io sia qui, seduto davanti a uno schermo di 17", a scrivere; dovrei essere al lavoro, ma nonostante una volenterosa alzata, sono dovuto tornare a casa, con la coda tra le gambe, per manifesta inferiorità, nel senso che non mi sono sentito bene e non reggendomi in piedi ho preferito lasciare ad altri le mie fatiche.
Così davanti a questa tastiera potrei scrivere l'articolo che aspetta da un po', non lo farò.
Potrei proseguire a lavorare al mio libro, non lo farò!
Potrei dedicarmi allo studio dell'Html, per esempio, non lo farò!
No ho alcuna intenzione di sdraiarmi a letto per riposare, accondiscendendo irreparabilmente alla necessità di un fisico a tratti memore di essere cagionevole, non lo farò!
Scrivo e mi diletto dei miei inutili pensieri inviati senza un valido motivo ad uno o più ignari destinatari, attraverso lo strumento più disumano che conosco...
Sull'inutile come concetto filosofico mi interrogo da anni. Da quando per tutta una serie di inutili e futili coincidenze mi scontrai con diversi autori, i quali, senza il coraggio necessario per una esaustiva trattazione, si limitavano però a citare l'inutile come concetto creativo.
Heidegger, in "Sentieri interrotti" tratta il tema dell'inutile, attraverso il racconto di una parabola orientale. È inutile che la trascriva chi ha tempo e poco da fare se la vada a leggere. Semmai ve la sintetizzo. In estrema brutalità la parabola orientale narra di un albero secolare dalla forma così irregolare e nodosa, da risultare inutilizzabile per qualsivoglia destinazione. Proprio ciò ha reso la vita dell'albero lunghissima e ha donato lui il rispetto dei "vicini". Questa per me è l'essenza ultima dell'inutilità: l'inutilizzabile dura, sopravvive a se stesso, al "sistema" in cui è inserito, agli altri. L'importanza oggi dimenticata delle cose inutili è la forza della vita. L'albero della nostra storia è brutto, quindi non viene disegnato, fotografato, ammirato; è nodoso quindi non viene tagliato fatto diventare tavolo, sedia o armadio; non fa ombra, quindi non si presta per la siesta delle terribili estati tropicali europee. È lì semplicemente, semplicemente è. Venitemi a raccontare che l'essere non è. Che l'essere cede all'apparire. L'apparire cede al tempo, al consumo, all'utile. L'essere-albero no! Non cede che alla vita! Chi le resiste?!
Non annoio oltre con questo...
Ma l'inutile è asistemico per diversi altri motivi, quando troverò il tempo (ne avete qualche chilo, litro o cent?), e mi mancherà ancora uno scopo nella vita, mi dedicherò alla stesura di un qualche tipo di libro su di esso. Poi inutilmente cercherò un editore disposto a pubblicarlo...
Mi accorgo dell'inutilità della continua ripetizione nel testo del soggetto (inutile)... quindi continuo ad utilizzarlo imperterrito!! Dicevamo l'inutile...l'inutile come dono, come assenza di scambio mercantile. Anche qui potrei citare gli studi svolti dal "Mauss" istituto francese di studi sull'utilitarismo e l'anti-utilitarismo, ma le ricerche inutili vanno fatte di persona, debbono far perdere tempo, quindi se ve ne frega qualcosa andate a cercare. Quelli del Mauss asseriscono che ci sono moventi umani che sfuggono alla teoria dello scambio economico. Credo sia assodato per tutti che non vi può essere coerente ed esaustiva alterità rispetto al sistema-globale?!!? Ebbene questi poveracci provano a dire che non tutto nella nostra vita è governato dall'economia e dall'avere (Fromm). Concordo! Sono un poveraccio anch'io e come tale senza aver nulla da perdere asserisco, senza preoccuparmi delle smentite che qualcosa sfugge all'utile. Ci sono delle TAZ (zone temporanemaente autonome, vedi H. Bey) che dal loro apparire e scomparire mettono in momentanea crisi lo status quo. Poi tutto viene riassorbito, come in un videogame giapponese, dove vince sempre il più potente. Non potendo sussistere un eterogenesi totale delle menti, si possono creare dei black-out temporanei in cui il soggetto può varcare il confine dell'utile e ritrovarsi improvvismente nella gratuità dell'agire, del sentire, dell'essere. Non è facile, anzi per dirla tutta non so esattamente di cosa io stia parlando, ma l'essere-albero testimonia della possibilità. La guerriglia filosofica deleuziana è tutta in questo scontro, tra potere e non potere. Attenzione: non diverso potere, ma non potere. Non è battaglia campale è guerriglia!!
L'inutilità dell'esistenza: è un pre-requisito dell'esistenza inutile, è la genesi della stessa, un po' come il farsi cammello, leone e infine fanciullo nietzscheano. L'uomo (donna) non è un fine, ma un passaggio e come tale la sua utilità non è nel dire, fare, baciare, ma nell'essere punto e basta. Non c'è trascendente che tenga di fronte a ciò, non c'è fine escatologico, o anima. Soltanto l'affermazione dell'essere uomo (donna), la sua insulsa, avida, esistenza. A questo punto mi si presenta un interrogativo: e l'oltre-uomo? Non risponderò, tuttavia vi lascio con una affermazione dell'amico in spirito Friederich Nietzsche: "Di quanto fu scritto amo soltanto ciò che fu scritto col proprio sangue. Scrivi col sangue: e imparerai che il sangue è spirito. Non è facile comprendere il sangue degli altri, odio gli oziosi che leggono".
In conclusione provvisoria vi cito la colonna sonora dell'inutile attuale: Dave Brubeck, Time Out, scelta perchè stonata, fuori tempo, rispetto alle più blasonate produzioni politically correct!!

sabato 9 dicembre 2006

Genesi dell'Antropologia Teatrale

In tutte le culture sono stati fissati alcuni momenti che segnano la transizione da una tappa ad un’altra. Cerimonie che accompagnano la nascita di bambini, che stabiliscono l’entrata dell’adolescente nell’età adulta…


Vi sono tre aspetti che ogni cultura deve possedere:

  • la produzione materiale attraverso delle tecniche,
  • la riproduzione biologica che permette di trasmettere l’esperienza di generazione a generazione e,
  • la produzione di significati

Per una cultura è essenziale produrre significati. Se non li produce non è una cultura.

Definizione

L’Antropologia Teatrale è lo studio del comportamento scenico pre-espressivo che sta alla base dei differenti generi, stili, ruoli e delle tradizioni personali o collettive.
In una situazione di rappresentazione organizzata, la presenza fisica e mentale dell’attore si modella secondo principi diversi da quelli della vita quotidiana. L’utilizzazione extra-quotidiana del corpo-mente è ciò che si chiama Tecnica.
In genere la professione dell’attore inizia con l’assimilazione di un bagaglio tecnico che viene personalizzato.
L’Antropologia Teatrale non cerca di fondere, accumulare o catalogare le tecniche dell’attore, cerca il semplice: la tecnica delle tecniche. Con parole diverse apprendere ad apprendere.
L’antropologia teatrale indica un nuovo campo di indagine: lo studio del comportamento pre-espressivo dell’essere umano in situazione di rappresentazione organizzata.
Il lavoro dell’attore fonde in un unico profilo tre diversi aspetti corrispondenti a tre livelli di organizzazione:

> La personalità dell’attore, la sua sensibilità, la sua intelligenza artistica, la sua individualità sociale che rendono il singolo attore unico e irripetibile.
> La particolarità della tradizione scenica e del contesto storico - culturale attraverso cui l’irripetibile personalità dell’attore si manifesta.
> L’utilizzazione del corpo – mente secondo tecniche extra – quotidiane basate sui principi che ritornano transculturali.

La sola affinità che lega l’Antropologia Teatrale ai metodi ed ai campi di studio dell’antropologia culturale è la consapevolezza che, quanto appartiene alla nostra tradizione e ci appare come realtà, può invece rivelarsi un nodo di problemi inesplorati.
Una cosa importante da notare è che la comprensione storia del teatro è spesso bloccata o resa superficiale dal trascurare la logica del processo creativo, dall’incomprensione del pensiero empirico degli attori, cioè dall’ incapacità di superare i confini stabiliti per lo spettatore.


Principi che ritornano

L’Antropologia Teatrale è uno studio sull’attore e per l’attore.
Esistono fondamentalmente due tipi diversi di attore che noi chiameremo l’attore polo Nord e l’attore polo Sud.

L’attore Polo Nord è quello apparentemente meno libero. Modella il suo comportamento scenico secondo una rete ben sperimentata di regole che definiscono uno stile o un genere codificato.
Accetta un modello di persona scenica che è stato stabilito da una tradizione.
L’attore del Polo Sud non appartiene ad un genere spettacolare caratterizzato da un dettagliato codice stilistico. Non gli è fornito un repertorio di regole tassativela rispettare. Deve costruirsi da sé le regole sulle quali appoggiarsi.
Userà come punti di partenza le suggestioni che gli derivano di testi recitati, dall’osservazione del comportamento quotidiano, dallo studio dei libri e dei quadri, dalle indicazioni del regista. L’attore Polo Sud è apparentemente più libero.

Contrariamente a quanto appare a prima vista, è l’attore del Polo Nord ad avere una maggiore libertà artistica mentre l’attore del Polo Sud è invece facilmente prigioniero dell’arbitrio e di una eccessiva mancanza di punti di appoggio.

Quotidiano ed extra-quotidiano

Molti attori del Polo Nord posseggono una qualità di presenza che stimola l’attenzione dello spettatore quando fanno una dimostrazione tecnica. In tale situazione vi è un nocciolo di energia che cattura i nostri sensi.
Si può distinguere una tecnica quotidiana da una extra – quotidiana in quanto nel contesto quotidiano la tecnica del corpo è condizionata dalla cultura, dallo stato sociale, dal mestiere. Ma in una situazione di rappresentazione esiste una tecnica del corpo differente.

Le tecniche quotidiane del corpo sono in genere caratterizzate dal principio del minimo sforzo, cioè dal conseguimento della massima resa con il minimo impiego di energia.

Le tecniche extra – quotidiane si basano sullo spreco di energia.


In Giappone c’è una bella espressione che fa capire bene qual è l’ottica verso gli attori, questa espressione è : otsukarasama che vuol dire grazie per esserti molto stancato per me…
Le tecniche quotidiane del corpo tendono alla comunicazione, quelle extra – quotidiane tendono all’informazione: esse mettono in forma il corpo rendendolo artificiale/artistico, ma credibile.

C’è anche chi riconosce la bravura di un attore da come cammina…! Questo è il caso di Majerchol’d che affermava di riconoscere il talento di un attore dai piedi, dal dinamismo con cui poggiavano sul terreno e si spostavano.
Evocava per l’attore la camminata vigorosa, funzionale, non elegante del marinaio sul ponte della nave che baccheggia. Per uno dei suoi esercizi parlava addirittura di Estasi delle gambe!
Charles Dullin ripeteva sempre che la caratteristica di un principiante è di non saper camminare in scena.


La danza delle opposizioni

La rigida distinzione fra il teatro e la danza rivela una ferita profonda, un vuoto di tradizione che rischi continuamente di attrarre l’attore verso il mutismo del corpo, e il danzatore verso il virtuosismo.
Queste distinzione apparirebbe assurda agli artisti delle tradizione classiche asiatiche, così come sarebbe apparsa assurda ad artisti europei di altre epoche storiche come un giullare o un attore della Commedia dell’Arte o del Teatro elisabettiano.
Il corpo dell’attore rivela la sua vita allo spettatore in una miriade d tensioni di forze contrapposte. È il principio dell’opposizione. Nell’opera di Pechino il sistema codificato dei movimenti dell’attore si regge su questo principio: ogni azione deve iniziare dalla direzione opposta a quella verso cui si dirige.
Per il maestro balinese I Made Pasek Tempo la dote principale per un attore è la resistenza.

Incoerenza coerente e virtù dell’omissione

È interessante constatare come alcuni attori si allontanino dalle tecniche del comportamento quotidiano anche quando debbono compiere semplici azioni (stare in piedi, sedersi, camminare…)
Gli attori del Polo Sud quando arrivano al culmine della loro esperienza sanno modellare i propri muscoli governati di raffinati automatismi ella vita quotidiana.
Gli attori del Polo Nord invece non ricorrono alla verosimiglianza con il comportamento quotidiano.

Il Viaggio di Eugenio Barba

La vita è un viaggio, un cammino individuale, che non comporta mutamenti di luogo. Sono gli avvenimenti e il fluire del tempo a mutare una persona.
In ogni cultura ci sono cerimonie che scandiscono le tappe di questo viaggio, la nascita, l’adolescenza, l’età adulta….
Solo il passaggio dall’età adulta alla vecchiaia non è scandita da una cerimonia.
La transizione è cultura. Ogni cultura deve possedere tre aspetti:
Produzione materiale attraverso delle tecniche
La riproduzione biologica che trasmette l’esperienza da generazione a generazione
La riproduzione d significati

SATS

I danzatori e gli attori asiatici recitano e danzano con una piccola particolarità, hanno le ginocchia piegate. E sono le ginocchia a contenere il Sats, l’impulso di un’azione che ancora si ignora. (posizione di base di molti sport, tennis, pugilato…).
Il principio dell’alterazione dell’equilibrio.
Questo continuo vestirsi e svestirsi dalla tecnica creava una tecnica extra quotidiana.

Il teatro mi permette di non appartenere a nessun luogo, di non essere ancorato a nessuna prospettiva, di rimanere in transizione.

L’antropologia teatrale è lo studio del comportamento scenico, per –espressivo che sta alla base dei differenti generi, stili e ruoli.
La presenza fisica mentale dell’attore si modella secondo principi diversi da quelli della vita quotidiana.
L’utilizzazione extra – quotidiana del corpo mente è ciò che si chiama tecnica.
Così la presenza dell’attore, il suo BIOS scenico, è in grado di tenere l’attenzione dello spettatore prima di trasmettere qualsiasi messaggio.
Il BIOS scenico permette di apprendere ad apprendere

L’a.t. è lo studio del comportamento pre-espressivo dell’essere umano in una situazione organizzata, per l’attore ci sono due diverse categorie in cui oriente e occidente non sono da separare, non teatro orientale e occidentale, ma…
POLO NORD è quello apparentemente meno libero, ma ha maggiore libertà artistica
POLO SUD è caratterizzato da un codice stilistico, non gli è stato fornito un repertorio di regole tassative. Inizia con la sua personalità è Apparentemente + libero, Non ha punti d’appoggio nella recitazione.

Teatro estraneo / camminare in scena

Etienne Decroix (mimo) un attore deve mantenersi lontano da contaminazioni stilistiche, proibiva ai suoi attori, di accostarsi a forme teatrali
Le arti si somigliano nei loro principi, non le loro opere
La tecnica quotidiana dell’equilibrio tende verso un equilibrio di lusso
Louis Jouvet bisogna imporsi delle regole semplici da non tradire mai
Stanislvsky spiega i diversi modi di appoggiare per terra
Mejerchol affermava di riconoscere il talento di un attore da come camminava in scena

Le differenti culture hanno diverse tecniche del corpo, se si cammina o non con le scarpe, se si portano pesi o no in testa. Ciò fa parte del Bios scenico, al quotidiano si contrappongono delle tecniche extra quotidiano.

Tecniche quotidiane ……………. Minimo sforzo
Tecniche extra – quotidiane ………….. Massimo sforzo
Mettono in forma il corpo rendendolo artificiale ma credibile.

· In Giappone gli spettatori ringraziavano gli attori con “Otsukama” ti sei molto stancato per me
· Gli uomini vestiti di nero recitano l’assenza KOKKEN ( gli intenditori affermano che è più difficile essere Kokken che attore).
· L’attore Kabuki cambia movimento alle gambe e piega le anche, innesca la vita dell’attore con la sua camminata, anche nel teatro balinese, dove l’attore è obbligato a divaricare le gambe
· In scena si impara a camminare ex novo in scena.

venerdì 1 dicembre 2006

No Copyright

[No Copyright per usi non commerciali, deve sempre essere riconosciuta la paternità dell’opera.]

di Marco Caponera

Copyright e No Copyright
Questo scritto intende inserirsi nell’attuale dibattito su copyright, copyleft [1] e no copyright, animato da numerosi interventi di esperti di informatica e recentemente anche da autori di letteratura e saggistica.Iniziamo da alcuni chiarimenti sintetici per passare successivamente al vaglio critico di ciascuna affermazione.- L’assenza di diritto d’autore in materia di editoria cartacea e telematica non è: dannosa per l’autore stesso, poiché il copyright non esiste per tutelare l’autore ma altri soggetti.- Non è: copyleft, o almeno non necessariamente, perché non è necessario dotare il proprio lavoro di una speciale licenza per permettere gli usi non commerciali, basta semplicemente non chiedere il rispetto del copyright.- Non è: opera collettiva, o non soltanto. Conta poco ai fini del copyright il fatto che siano uno o più autori a voler abolire detta norma per i propri testi, la scelta del no copyright non è scelta collettiva, ma personale.- Non è open source[2]: perché i meccanismi che sono alla base della cooperazione informatica per la realizzazione di software sono differenti da quelli che portano alla realizzazione, anche collettiva, di un libro o di una produzione artistica.Molti, alcuni in buona fede, credono che si debbano imporre dei paletti alla libera circolazione delle scritture e delle idee. Ciò a mio avviso è errato e per una lunga teoria di motivi tutti facilmente argomentabili, vediamone alcuni:
1) Chiunque pensi qualcosa lo fa all’interno di una cultura e a partire dal proprio bagaglio di conoscenze. Cultura e conoscenza derivano dalle idee e dalle azioni di altri, a prescindere dal diritto d’autore sulle stesse. Ciascuno deriva da altri il proprio pensiero, anche se indirettamente. Direttamente derivato, invece, è il bagaglio di strumenti letterari che l’autore usa nei suoi testi: lo stile, i riferimenti, le citazioni, le suggestioni che utilizza fanno sempre parte di una tradizione dello scrivere e del pensare, anche quando l’intenzione è l’abbattimento di questa tradizione, il riferimento è comunque presente come avversario cui ci si confronta.La citazione in particolare è un vero e proprio “furto” autorizzato. Non ci dovrebbe poter essere copyright di sorta per interviste, antologie, letture critiche perché il debito nei confronti degli autori coinvolti è troppo grande per essere eventualmente risolto attraverso il pagamento di pochi centesimi di royalties. Interpretare le idee di qualcuno è già “rubarle”. Non che io abbia qualcosa contro questi “furti” s’intende, purché si abbia l’onestà intellettuale di riconoscerlo.
2) L’autore sa, quando scrive, che le proprie idee saranno lette. La preoccupazione di qualunque autore onesto non è quella di vendere migliaia di copie, ma di avere migliaia di lettori. A questo scopo l’assenza di un copyright non è l’assenza di qualcosa, perché l’autore non è affatto tutelato dal copyright. Il no copyright è una scelta che libera dall’impostura della “proprietà” intellettuale. Un “diritto” che può decadere non è tale. È soltanto uno strumento di protezione economica, non intellettuale. Questo testo è privo di copyright per usi non commerciali, ma chiunque, dopo questa pubblicazione, vorrà confrontarsi su questo tema dovrà, se è onesto, prendere atto delle posizioni espresse in queste pagine, se non lo fa l’eventuale copyright, che io avessi voluto applicare, non avrebbe aiutato di una virgola. E tanto meno mi avrebbe consentito di controllare l’uso di questo scritto da parte dell’editore. Ora è vero che chiunque può utilizzare questo scritto nei modi che riterrà opportuni, ma non potrà prescindere dal riconoscere al sottoscritto la paternità dei contenuti, poiché Marco Caponera, quando leggerete questo testo, lo starà facendo circolare quanto più gli è possibile per far conoscere le proprie idee mettendole in connessione con quelle di altri.Il copyright, proseguendo, non protegge l’autore, poiché non riesce a proteggerlo nemmeno dal proprio editore, primo interlocutore di chiunque scriva qualcosa. Quando scrissi “Transgenico NO” per la Malatempora Editrice di Roma, proposi di inserire la dicitura “No Copyright”, non “copyleft” una definizione post moderna che non amo. Il no copyright mi da l’impressione di un opposizione a un modello di pensiero dominante e calcolante, il copyleft mi sembra la concessione di una “grazia” di cui invito i lettori a fare a meno.L’editore nel colophon del libro spiegò l’assenza di copyright con la motivazione che i testi erano frutto di lavoro collettivo. Un po’ per mettersi la coscienza a posto nei confronti dei testi di altri che aveva utilizzato in alcuni box d’approfondimento, un po’ per frainteso significato della scelta ideologica che stavamo facendo. Scrivo questo per dovere nei confronti di chi lesse quel libro e lo ritenne privo di copyright per i motivi suddetti, anziché per il fatto che l’autore del 90% del testo non volesse il copyright. Ricordo però a lato di questo discorso che mi fece un piacere enorme vedere in occasione di una presentazione nella città di Firenze che gli squattrinati studenti di Filosofia erano tutti presenti chi con il libro sotto braccio, chi con le fotocopie dello stesso. Se un autore è onesto ha piacere che le proprie idee circolino, se non lo è si prepari perché soffrirà le pene dell’inferno, poiché il copyright non lo tutela in nessun modo.
3) Ma perché non lo tutela? Presto detto, perché la definizione “diritto d’autore” è demagogica, la definizione corretta sarebbe “diritto d’editore”.La definizione che emerge, ad esempio, analizzando l’ultima riforma legislativa italiana in questo settore evidenzia chiaramente come beneficiario, e fine, della riforma l’editore (o la casa discografica, o l’azienda di software) e soltanto questo.Come ogni autore sa bene è difficilissimo sapere dall’editore quante copie sono state vendute del proprio amato libro. Questo perché, il più delle volte, il compenso a lui spettante è stabilito in percentuale rispetto al venduto. Fingere che non si sia venduto è il modo migliore per frodare l’autore. Ma, qualcuno dirà: l’autore ha un arma infallibile per verificare i dati di vendita, la SIAE. Certo, la SIAE vende dei contrassegni agli editori (si usano sempre meno perché troppo cari) da apporre su ciascuna copia, al fine di verificare ogni passaggio fatto dal libro, dall’editore al compratore finale. Spesso però accade che nemmeno la SIAE sia aggiornata sui dati, e quando li ha funge soltanto da base statistica, non operativa. Sarà l’autore che con i dati SIAE in mano dovrà andare a rivalersi dall’editore. Il più delle volte, insomma, se non si vuole interrompere precocemente una carriera da scrittore, si deve fare buon viso a cattivo gioco, ingoiando il boccone amaro. Il tutto sotto l’austera e imparziale egida del diritto d’editore!
4) La presente legge punisce chi copia alla stregua di chi trae un utile nel farlo. Ciò è ridicolo, preferisco essere “derubato” che essere responsabile di aver mandato in tribunale uno studente perché non aveva i soldi per comprare un mio libro.Certo non si può regalare un libro a chiunque ne abbia bisogno, ma sicuramente si può auspicare fortemente che ciascuno lo fotocopi per sé e per coloro che possono essere interessati. Questo meccanismo non manderà mai in crisi il sistema editoriale, non quello basato sulla cooperazione, sulla calmierazione dei prezzi e sull’antagonismo nei confronti di un modello politico-economico-culturale, che non appartiene alla maggioranza della popolazione. Poiché coloro che acquistano un libro di questo tipo sanno che i propri soldi stanno andando in una direzione sana. Purtroppo non danneggia nemmeno l’editoria di costo elevato (e scarso livello culturale), perché avere le fotocopie del pregiatissimo cartonato dell’ultimo libro di Bruno Vespa è poca cosa, e sicuramente il gentile signore che intenderà acquistarlo per farne omaggio - mai per leggerlo - non troverebbe vantaggioso per la sua immagine il far dono di un mazzetto di fotocopie.
Copyleft
Tra i fautori del copyleft ci sono alcuni critici nei confronti del no copyright. A mio avviso c’è molta confusione su questi temi e la confusione è dovuta soprattutto ad un atteggiamento intellettuale. Molti pensano che anziché puntare il dito si debba “lottare dall’interno”, ma così facendo non riescono a rendersi conto che hanno iniziato a lottare con le stesse armi e con le stesse strutture concettuali del potere cui intendevano precedentemente opporsi o contestare. La struttura delle licenze[3], propria del copyleft, ad esempio, rappresenta un’istituzione che intende sostituirne un’altra, ma la storia ci ha insegnato molto bene cosa accade quando a un potere se ne è voluto sostituire un altro. Gli errori che tale impostazione corrotta porta con sé sono almeno di due tipi:- Il primo è la confusione del concetto di “proprietà” intellettuale con quello ben differente di “paternità” (o “maternità”, fa lo stesso) intellettuale”. Questa distinzione mostra come siano differenti i retroterra ideologici delle due definizioni: la prima mostra apertamente i suoi legami con mentalità economicistiche e calcolanti, il secondo invece coglie il dato di fatto sulla paternità (o maternità) di un opera. Faccio un esempio: se io oggi volessi inserire in un mio testo, appropriandomene, il concetto di oltreuomo (meglio noto forse come superuomo) di F. Nietzsche, a rigor di normativa internazionale in materia di diritto d’autore potrei farlo, poiché sono trascorsi più di 70 anni dalla morte dell’autore. Ma questo non mi metterebbe comunque al riparo dall’essere messo in ridicolo da tutta la vasta comunità dei conoscitori del pensiero di Nietzsche. E dire che io potrei ritradurre, ristampare, estrapolare dei passi senza che nessuno mi possa imputare alcunché. Ancora tutto ciò non mi eviterebbe il pubblico scherno, se non facessi un lavoro all’altezza dell’autore e intellettualmente onesto. Questo esempio mi pare che illustri meglio di mille dotte metafore ciò che intendo per paternità e proprietà delle idee. Se un diritto può decadere allora è evidente che l’intento non è quello di sancire definitivamente dei paletti intorno alle opere, ma semplicemente di determinarne lo sfruttamento economico da parte di chi detenga il copyright sulla stesse, e più spesso di quanto s’immagini non è l’autore. La paternità invece ci sarà sempre e sarà sempre dell’autore a prescindere dalla forma con cui la si vuol tutelare, copyright, copyleft o no copyright. Il problema della proprietà dell’opera si può risolvere, a mio modo di vedere, con una semplice formula da anteporre al testo, magari nello spazio del colophon ed è: no copyright ad esclusione degli utilizzi per fini di lucro (o commerciali che dir si voglia). Se è chiara la distinzione di cui sopra allora si potrà capire perché sono inutili lunghe e argomentate licenze che si pongono l’arduo compito di tutelare qualcosa che non può essere tutelato, lasciando scoperto qualcosa che può essere invece tenuto in considerazione.- Il secondo tipo è la presunzione di aver inventato qualcosa di nuovo.Mi spiego meglio. Questa epoca, ma forse tutte, è piena di soggetti che pensano di aver inventato qualcosa, semplicemente perché non informati che quel qualcosa esisteva già, magari in forme leggermente differenti, a loro insaputa. Ebbene, i fautori del copyleft sarebbero gli inventori della condivisione dei saperi, che appunto il copyleft avrebbe liberato dalle strette maglie del diritto d’autore. La presunta innovazione del copyleft starebbe nella possibilità di far circolare le idee e di perfezionarle collettivamente grazie alla possibilità data all’autore di inserire, al posto del solito copyright, una licenza disegnata ad hoc per consentire questi usi, generalmente escludendo i fini commerciali. Credo fortemente che ci troviamo di fronte a soggetti che hanno un retroterra meramente informatico, altrimenti non avrei scuse, poiché chiunque sa che ad aver inventato la libera circolazione delle idee e il reciproco intervento per migliorarle sono le “culture orali”. Altro che Internet, software e file sharing, la libera circolazione delle idee esiste da quando l’uomo, e la donna, hanno iniziato a raccontarsi delle storie vere o di fantasia, poco conta. Chiunque conosca un Mito o abbia ascoltato il proprio nonno raccontare storie intorno a un fuoco sa che in ciascun racconto c’è una parte fedelmente riportata e un’altra fatta propria e rielaborata da chi racconta. In tutti i Miti ci sono letture e interpretazioni che differiscono anche di molto, tanto che ancora oggi si studiano approfonditamente per svelarne gli intimi segreti. Tutto quello che oggi contraddistingue la cooperazione informatica o letteraria (questa in misura certamente minore) è pratica millenaria.Se si dice che l’open source e il copyleft aiutino a combattere il monopolio informatico di Bill Gates sono d’accordo, se mi si vuole convincere del fatto queste forme siano indispensabili per la libera circolazione delle idee trovo che si stia facendo della demagogia. Insieme questi due tipi di errore forniscono un’idea distorta e controproducente dell’idea di protezione, creazione, condivisione e collaborazione intellettuale. Non vorrei apparire pedante nel riportare alla mente addirittura il Mito e la cultura orale, ma sarebbe ora che non si usassero le stesse armi del nemico che si combatte per affermare delle verità che vere non sono.Open Source e No copyrightConcludo questo flusso di idee sul tema marcando una distinzione che non vuol essere una presa di distanza, ma sicuramente vorrebbe essere una precisazione di merito su cosa è l’informatica e cosa è la letteratura e la parola scritta. La carta stampata in generale non può, a mio avviso, acquisire tout court le argomentazioni e gli strumenti che gli avversari del copyright si sono dati in ambito informatico. Poiché sono due cose completamente differenti. I programmatori cooperano per realizzare un software che se realizzato da uno soltanto porterebbe con sé mille difetti e scarsa utilità. Quindi la collaborazione incentivata e auspicata dall’open source funziona a meraviglia, molto semplicemente però non è applicabile ai processi di pensiero e artistici.Il “fine” software è differente dal “fine” saggio, poesia, racconto, novella, ecc. Non è sufficiente far leggere ad un altro le proprie idee perché questi le “migliori”, le potrà certamente modificare, ma difficilmente potrà eliminare dei bug, ammesso che ve ne siano. Diversamente la logica di molti software definiti “freeware” si avvicina moltissimo alla logica del no copyright poiché stabilisce chiaramente che l’utilizzo potrà essere gratuito e libero a patto che il determinato software non venga utilizzato per fini commerciali, in quel caso spesso è previsto un pagamento, che se non effettuato genererà una violazione delle clausule per l’uso.Fintanto quindi che i software freeware e open source toglieranno mercato alle multinazionali dell’informatica non potremo che caldeggiare ogni nuova iniziativa, se invece si vuole dare una scossa generale a tutto il mondo del copyright ci si dovrà sedere attorno a un tavolo, anche virtuale, per discutere di analogie ma soprattutto di differenze, riconoscendo a tutte le parti in causa autonomia di giudizio e di movimento. Con i “minestroni” non si affrontano i problemi, al più ci si mette la coscienza a posto. Infine, e non vuole essere né la sintesi né la morale di questo scritto, auspico che nel futuro siano sempre più gli autori che decideranno di avere a cuore le proprie idee e i propri lettori-interlocutori e non soltanto il proprio portafogli, dicendo NO AL COPYRIGHT.
[1] Per ulteriori informazioni sul mondo del copyleft si rimanda al sito: http://www.copyleft-italia.it/.
[2] Per ulteriori informazioni sul mondo dell’open source si rimanda al sito: http://www.opensource.org.
[3] Si veda a questo proposito il sito: http://www.creativecommons.org/.